mercoledì 15 agosto 2007

Mamma li briganti! Brigantaggio forma di ribellione politica o sociale?

[Le riflessioni di Mstatus] Da Wikipedia: "Per brigantaggio si suole definire una forma di ribellione politica e sociale sorta nel Mezzogiorno italiano durante il processo di unificazione dell'Italia e nei primi decenni del Regno. Le parole brigante e "brigantaggio" vengono però utilizzate anche in altri contesti, in alternativa ai sinonimi bandito e banditismo". Oggi giorno dell'Assunta, scorrendo tra le varie pagine web, ho trovato un interessante articolo di Paola Staccioli che analizza in modo magistrale il fenomeno del brigantinaggio nel Lazio.


Certo di fare cosa gradita ad un'amica ciociara, riporto il caso di Francesco Marocco, nato a Vicalvi, paese in provincia di Frosinone vicino a Sora, e maggiormente noto con il soprannome di Tartaglia. A quel tempo Vicalvi faceva parte del Regno di Napoli. Francesco Marocco dopo aver trovato uno degli assassini di suo fratello, compie la giusta vendetta e lo giustizia, in seguito per tale atto è costretto a fuggire iniziando la propria carriera nel brigantinaggio per così dire.



Francesco Marocco

di Paola Staccioli



Nel 1607, in un campo vicino Tor San Lorenzo, veniva catturato un anziano capo bandito, Francesco Marocco, soprannominato Tartaglia. Le dichiarazioni rilasciate ai giudici dai numerosi testimoni esaminati dopo il suo arresto ci descrivono un fuorilegge quasi leggendario, che "ne haveva fatte tante, che no ci era stato mai nesuno che ne haveva fatte più di lui, né Marco di Sciarra, né Battistella né Pacchiarotto né altri banditi famosi". Eppure le uniche tracce di questo bandito giunte sino a noi sono proprio quelle contenute nei verbali dei processi del Tribunale del governatore, che era l'autorità competente nei giudizi contro i banditi. Questi atti, preziosi per conoscere la cultura e le abitudini delle popolazioni dell'epoca, sono oggi conservati nell'Archivio di Stato di Roma, in corso Rinascimento, a due passi da piazza Navona.



Il mitico Tartaglia ha dunque goduto di una gloria effimera, come quasi tutti i paladini popolari dei secoli scorsi, dimenticati da libri e manuali e relegati nel campo della "storia che si ricorda". Per ricostruire la vita e le azioni di Francesco Marocco lasciamo la parola ai protagonisti, i testimoni e gli imputati del processo istruito dopo la sua cattura, e al linguaggio colorito e un po' sgrammaticato tipico dell'epoca.



Certo, si tratta di una fonte sicuramente parziale, dal momento che le testimonianze e gli interrogatori sono stati rilasciati ad una istituzione giudicante. Ma, oltre al fatto che purtroppo, non disponendo di altre informazioni, non abbiamo possibilità di scelta, va detto che nel leggere questi fogli manoscritti corrosi dal tempo e percorsi da una grafia spesso difficile da decifrare, si ha l'impressione che le dichiarazioni siano per lo più spontanee e veritiere.



Tartaglia era nato a Vicalvi, un paese vicino Sora compreso all'epoca nel Regno di Napoli, ma fu ben presto costretto a fuggire dalla sua patria in quanto autore di un omicidio. Un giorno infatti era riuscito a scovare uno degli uccisori di suo fratello, un tale "chiamato Tomasso Compagna che faceva il bifolco nel territorio di Monte Rotondo, et li fu adosso co Martino de Alvito bandito et lo buttorno in terra cioè lo feciro sedere et gli fecero racontare per che causa haveva amazzato suo fratello, quello disse che l'haveva fatto ad instantia d'alcuni di Vicalvi et li nominò, et che si erano accordati et havevano messi dieci scudi per uno che l'havevano dati a loro che l'amazzorno, et dopoi fattolo confessare questo l'amazzorno, et al'hora Francesco se ne tornò in Regno et se accostò ad altri capi banditi".



Iniziava così una carriera che ben presto lo avrebbe portato ad essere protagonista di episodi clamorosi come quando, accordatosi "co quattordici altri banditi la mattina della festa del Corpo di Cristo entrò in Vicalvi mentre se diceva messa et entrorno in Chiesa cioè esso Francesco et m.ro Gio., et l'altri aspettorno fora, et tagliorno la fune delle campane et caporno quelli volevano et li legorno co quelle fune delle campane et li menorno fora et lì fora della porta della Chiesa l'amazzorno che furno dieci li morti, et tra l'altri ci fu un notaio co tre figlioli et così cominciò andare in campagna con banditi... che questo fu cinq o sei anni innanzi l'anno santo di Papa Gregorio", più o meno dunque nel 1570.



Trascorse quindi alcuni anni nello Stato di Bracciano presso Paolo Giordano Orsini ritrovandosi a servire, insieme ad altri fuorilegge, Marcello Accoramboni e Paluzzo Mattei. All'epoca i nobili, per risolvere le loro inimicizie o per motivi di difesa personale si servivano molto spesso dei banditi, uomini d'azione che, esperti di armi e combattimenti, erano certamente, per questo scopo, i più affidabili. Del resto la mancanza di motivazioni ideali nei fuorusciti li spingeva - magari per essere protetti oppure soltanto per sopravvivere - a mettersi al servizio dei propri nemici naturali, nobili e ricchi.



Francesco si era poi trasferito in Sicilia perché, come lui stesso riferisce, "se diceva che là era abondantia grande". Sul suo capo pendeva intanto una taglia di 300 scudi messagli da Gregorio XIII per i delitti commessi fra Formello e Bracciano. Ad un certo punto aveva però deciso di muoversi dall'isola per trovare il denaro necessario per recuperare alcuni suoi beni che gli erano stati tolti "con il mezzo della giustitia", come pegno per un debito non pagato. Era quindi rimasto a Roma dieci giorni "vivendo per l'amor de Dio accattando": quando fu catturato, "morto de fame", stava lavorando in un campo.



L'anziano bandito, come viene riferito dallo sbirro che effettuò il suo arresto, "è tutto corvellato d'archibusciate per la vita". Lo stesso Tartaglia descrive al giudice in che modo gli furono provocate le ferite, ricordate dalle numerose cicatrici che ricoprono il suo corpo: "questa poca parti dell'orecchia sinistra che me manca fu un archibusciata... et questa cicatrice sulla gola sono stati pugnalati". Erano i risultati di un agguato ordinato da Marcello Accoramboni, che pure il bandito aveva servito. Ma Francesco era già stato colpito precedentemente: "queste archibusciate che ho nella mano et nelli fianchi me fu tirato a Scrofano mentre tagliavo il grano et l'orzo che me fu tirata di dietro una fratta che io no veddi chi me tirasse, ma fu detto che era un certo Figura da Scrofano"; il rancore era generato dal fatto che il fuorilegge frequentava un suo nemico. In un'epoca in cui spesso, data l'assenza di cure efficaci, si moriva anche in seguito a ferite molto lievi, Tartaglia sembra quasi circondato da un alone di invulnerabilità. Suo cugino Arcangelo ad esempio, nel parlare di lui, arricchisce il racconto di molti particolari, sicuramente frutto della fantasia di quest'uomo, che evidenziano però l'ammirazione per il capo bandito, capace di togliersi "da se stesso un pugnale dalla gola".



L'anziano fuorilegge, vecchio "di mille anni" secondo il garzone catturato insieme a lui, non conosce la propria età, ma riferisce di ricordare tre giubilei: dovrebbe quindi avere fra i sessantacinque e i settant'anni, una meta veramente invidiabile per un bandito del suo calibro!



Nel corso degli interrogatori cui viene sottoposto, Francesco fa di tutto per presentarsi come un uomo stanco, che non desidera altro che un po' di tranquillità e per il quale i tempi delle clamorose azioni sono solo un lontano ricordo, tanto da scoppiare in lacrime di fronte ai giudici implorando misericordia. Ma le dichiarazioni dei numerosi testimoni esaminati fanno emergere una figura ben diversa!



Con una sorta di mal celata ammirazione il capo bandito viene infatti presentato come un uomo ancora nel pieno delle sue capacità. Secondo un testimone, Francesco sarebbe arrivato nella zona perché chiamato da Arcangelo "per una sua inimicitia che haveva con certi di Giansano di casa Rotondi et detto bandito si chiamava Tartaglia et li haveva confessato che ne haveva fatte più che Marco di Sciarra, et haveva amazzato dodeci homini nella chiesa di Vicalvi sua patria, et a una terra detta Scrofano ci haveva amazzato doi signori, et lui era venuto co dui compagni, et voleva fare la compagnia, et di casa Rotondi di Giansano no ci voleva lasciare manco li gatti, et il Guercio di Civita non ne haveva fatte tante quante lui".



In modo analogo un altro testimone, dopo aver accostato Francesco ai più celebri fuorilegge degli ultimi anni del Cinquecento, riferisce di aver avuto con lui questa discussione: "me dimandò se io conoscevo un certo Domenico Antonio Rotondo, et io gli dissi che 'l conoscevo... et lui alhora disse io voglio fare cinque o sei compagni, et cacciarme un capriccio, et ritornare via, il che io sentendo gli dissi come era possibile che gli fusse bastato l'animo a fare tanto gran cose tenendo lui il capo nella fossa, et che haveria fatto meglio attendere al Anima, che attendere a si fatte cose, et lui rispose no guardare che sono vecchio per che ancora mi basta l'animo di fare qualche cosa... bel recatto se potria fare".



Qualcuno riferì le presunte intenzioni dell'anziano Tartaglia a Domenico Rotondo che, denunciando il bandito e facendolo catturare, pose così termine ad una lunga e leggendaria carriera.
(Fonte: I Briganti della Campagna romana)



Recentemente l'amico Vipom ha scritto un paio di pagine di storia su Salvatore Giuliano (La morte misteriosa di Turiddu, noto come l'uomo che toglieva ai ricchi per dare ai poveri | Salvatore Giuliano: Dettagli inquietanti del film del 1961 di Francesco Rosi), che da uomo utile alla causa alleata, e da uomo che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, divenne e viene ricordato come un sanguinario bandito.



Paola Staccioli: "Il brigante, in fondo, è anche questo: mito, leggenda e quel pizzico di sogno che, in taluni casi, non guasta!"



Saluti

Mstatus

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